Perché avere un lavoro fisico non equivale ad allenarsi
Ogni giorno mi capita di consigliare a un paziente di iniziare a fare esercizio fisico e di sentirmi rispondere:
“Eh ma io mi muovo già! Tra lavoro, casa e famiglia non sto mai seduto. Mi fermo solo quando è ora di andare a dormire.”
E spesso hanno ragione.
Molte persone trascorrono gran parte della giornata in movimento: lavorano in piedi, camminano, sollevano oggetti, salgono scale, si occupano della casa e della famiglia.
Quando consiglio di fare esercizio non sto dicendo che queste persone siano pigre o sedentarie.
Il punto è un altro.
Muoversi ed allenarsi non sono la stessa cosa.
Movimento ed esercizio: due concetti diversi
Camminare per lavoro, fare le pulizie, trasportare materiali, lavorare in cantiere o stare molte ore in piedi rappresentano forme di movimento.
L’esercizio fisico invece è una forma di movimento pianificata, strutturata e svolta con l’obiettivo di produrre specifici adattamenti dell’organismo.
Può sembrare una differenza sottile, ma dal punto di vista del nostro corpo cambia moltissimo.
Il paradosso dell’attività fisica
Potrebbe sembrare logico pensare che chi svolge un lavoro fisicamente impegnativo sia automaticamente più allenato e più protetto da problemi di salute rispetto a chi lavora seduto.
In realtà la ricerca scientifica degli ultimi anni ha mostrato un fenomeno interessante, noto come “paradosso dell’attività fisica”.
L’attività fisica svolta durante il tempo libero e l’esercizio fisico programmato sono associati a numerosi benefici per la salute.
Le attività fisiche lavorative, invece, non sembrano produrre gli stessi effetti e in alcuni casi possono addirittura essere associate a maggior affaticamento, maggior rischio di disturbi muscoloscheletrici e peggiori esiti di salute.
Come è possibile?
Perché il lavoro fisico non equivale ad allenarsi
La differenza principale sta nelle caratteristiche dello stimolo.
Molte attività lavorative sono:
- ripetitive;
- poco variabili;
- svolte per molte ore consecutive;
- scarsamente progressive;
- accompagnate da recupero insufficiente.
Pensiamo ad esempio a un muratore che solleva materiali per otto ore al giorno, a un infermiere che movimenta pazienti durante il turno o a una persona che trascorre la giornata tra pulizie domestiche e commissioni.
Sono attività impegnative, ma non necessariamente allenanti.
L’organismo accumula fatica, ma non sempre riceve uno stimolo ottimale per migliorare forza, resistenza, capacità cardiovascolare o altre qualità fisiche.
Cosa rende diverso l’esercizio fisico?
L’esercizio fisico è progettato per generare adattamenti.
L’intensità viene dosata.
Il carico viene progressivamente aumentato.
I tempi di recupero vengono rispettati.
Gli esercizi vengono scelti in base alle caratteristiche e agli obiettivi della persona.
In altre parole, l’esercizio non serve semplicemente a “fare fatica”.
Serve a permettere al corpo di adattarsi e migliorare.
Un errore molto comune
Quando consiglio ad un paziente con mal di schiena, artrosi, tendinopatia o altri disturbi muscoloscheletrici di iniziare un percorso di esercizio, spesso percepisco una certa frustrazione.
La risposta è:
“Ma faccio già tantissimo durante la giornata.”
Ed è proprio qui che nasce l’equivoco.
Molto spesso non sto chiedendo a quella persona di fare di più.
Sto chiedendo di fare qualcosa di diverso.
Un programma di esercizio ben costruito può migliorare forza, resistenza, mobilità, equilibrio e capacità funzionale anche in persone che trascorrono già gran parte della giornata in movimento.
Il messaggio da portare a casa
Muoversi durante la giornata è fondamentale e rappresenta una componente importante di uno stile di vita sano.
Ma non sempre è sufficiente per ottenere tutti i benefici che l’esercizio fisico può offrire.
Per questo motivo, anche chi ha una vita molto attiva può trarre beneficio da un’attività fisica strutturata e programmata.
Perché il punto non è soltanto muoversi di più.
Spesso il punto è muoversi meglio, con uno scopo preciso e con uno stimolo adeguato a far migliorare il nostro corpo.
